Qui di seguito, pubblichiamo l’intervista dei ragazzi della II A della scuola media San Gregorio di Milano allo scrittore Gabriele Dadati

Bambino: «Che lavoro c’è dietro questo libro?»

Gabriele: «È una storia d’amore ambientata in bassa Brianza, a Seregno, una zona che ho frequentato un po’ per ragioni affettive. Questa zona mi ha colpito perché ha caratteristiche diverse, rispetto a dove vivo io (Piacenza ndr). Enormi centri commerciali, capannoni e piccole industrie. Dove vivo io si lavora la terra. Mi ha colpito molto, e volevo esplorarla come scrittore. Ho iniziato a leggere trattati di urbanistica, a prendere appunti, per capire questa zona. Voi pensate a come è fatta una piccola città italiana, e come è fatta NY; sono entrambe città, ma in modi diversi. Ho studiato l’urbanistica del luogo, e poi mi sono inventato la storia per ambientarla lì. Lo sfondo mi interessava di più.Gabriele Dadati

Io non ho la televisione, e di conseguenza non ho nemmeno il mobile dove mettere la televisione. Quindi ho una parete vuota. Anni fa ho preso dei pezzi di carta marrone e li ho appesi al muro. Lì ci scrivo le singole scene, ci disegno, così ho il colpo d’occhio immediato, e mediante dei post it posso organizzare le scene. In questo modo riesco a vedere subito le incongruenze (ad esempio, nella stesura del mio ultimo libro mi sono accorto che c’era un ristorante aperto di venerdì al capitolo 7 e chiuso il venerdì dopo). Sul pc ho fatto una cartelletta con delle foto, video, appunti dei posti che avrei raccontato. Poi per 2 settimane ho staccato telefono, e dalle 6 del mattino scrivevo. Quindici capitoli in quindici giorni.

La cosa impegnativa è stata immaginare prima. Se dovete raccontare un film che avete visto, è facile, perché l’avete visto. Il lavoro di immaginare un libro così, se riuscite ad averlo tutto in testa, è come averlo già visto, quindi ci vuole poco per scrivere. Successivamente è venuto il lavoro per me più bello che è correggere. Non devi più avere tutto sotto controllo, e ci possiamo limitare a tagliare e rimontare le scene, a sistemare, a riscrivere.

Quello che vivete voi, lo vivete solo voi.  Ogni volta che accadono cose nuove, è bene che nascano storie per raccontarle. Le storie, sono l’unico modo che abbiamo per vivere delle esperienze lontane dalle nostre. Un film di paura, vi fa paura nella misura in cui vi immedesimate con i personaggi, altrimenti non avrebbe senso che vi spaventiate per qualcosa che sta al di là di uno schermo di vetro. Vi capiterà di vedere un telegiornale, che racconta storie vere: eppure non vi immedesimate mai. Questo perché è una notizia. La notizia non ti fa vivere un pezzo di vita in più. Sono le storie, a farti vivere un pezzo di vita in più. Le storie sono importanti perché ti fanno vivere dei pezzi di vita in più.

Le vostre idee, le vostre storie, diventano una testimonianza per gli altri. La vostra capacità di immaginare non solo è legittima, è importante. Le storie sono un modo di stare con gli altri. Non credete mai che un libro possa isolarvi. Un libro è un modo per stare con gli altri, e altri strepitosi. Se io potessi sedermi a un tavolo con Dante Alighieri, sarei felicissimo. Intanto perché sono più alto di lui, e poi discuteremmo un po’ perché io ho la erre moscia, e lui la c aspirata.

 Un libro è un modo per stare con gli altri, e altri strepitosi

Gli scrittori sono i veri VIP.

Mia madre per farmi addormentare mi leggeva dei libri. Solo che invece di farmi addormentare, mi appassionavo, quindi non avrei dormito mai. Per me le storie erano un modo di stare con lei. Le storie sono un modo per stare con gli altri. Pensate quando giocate, e impersonate i personaggi di un cartone o di un film, non è un modo di trasmettere storie?

I libri sono una cosa importante per stare con gli altri».

Bambino: «Quando costruisci i personaggi, come li crei?»

Gabriele: «Io lavoro sui meccanismi e non sui personaggi. I personaggi scaturiscono dai meccanismi. Se immaginate che un personaggio sia coraggioso, onesto intrepido, dovrete fargli fare delle azioni che rispecchino quelle caratteristiche. E’ dalle azioni che il personaggio assume le proprie caratteristiche. Se raccontiamo una storia, raccontiamo le sfumature. Io ho avuto diverse fidanzate nella vita, e ogni volta l’affetto è stato diverso. A volte è stato più protettivo, a volte ho ricercato nell’altra persona maggior affetto. Se io scrivo solo “io amo lei”, è generica.

Se io vi racconto la storia d’amore, vi do la fisionomia, di quella storia. Tendo a non immaginare i personaggi, ma a calarli nelle proprie azioni, e nelle storie. Deve quindi essere coerente, con le proprie azioni. Pensate al Canto di Natale di Dickens, al Signor Scrooge. Non è incoerente, il suo repentino cambiamento; c’è stato un motivo ben preciso».

Bambino «La trama, trovare le idee e metterle insieme risulta più difficile. Come inizi?»

Gabriele: «Bisogna farsi una domanda, e la domanda è: cosa accadrebbe se? Prendete questo, e ragionate sulle cose che stanno intorno. Ad esempio; cosa accadrebbe se Gabriele fosse invisibile? A me verrebbe da chiedermi, Gabriele è invisibile e immateriale, o il corpo ce l’ha comunque? Cosa potrebbe fare? Fare degli scherzi? Gabriele ha anche un vicino di casa, al piano di sotto, che gli sta molto antipatico, perché gli dice che fa rumore. Gabriele sa che il suo vicino è molto affezionato alla sua macchina. Gabriele pensa che potrebbe fargli uno scherzo legato alla sua macchina. Potrebbe spostargliela da dov’è parcheggiata, per vedere la reazione spaventata dal vicino. E per farlo ci voglio le chiavi. E le chiavi sono nella casa del vicino. E per prenderle posso entrare dalla finestra… Di passaggio in passaggio, vado avanti.

Quando Gabriele entra in casa, il vicino lo faccio rientrare all’improvviso? E Gabriele, che nonostante sia invisibile, non si ricorda e spaventato cerca di saltare dalla finestra, rompendosi una gamba. E come si fa ad andare all’ospedale da invisibile? Prendete un semino, e iniziate a ragionarci, facendo passaggio per passaggio la storia.

Le storie, come tutti i problemi della vita, si risolvono poco alla volta. Fate ogni volta un piccolo passo, e poi prendete il bivio dopo. Trovate un inizio di una storia ingarbugliata, e una fine che sia abbastanza tranquilla»

Le storie, come tutti i problemi della vita, si risolvono poco alla volta

Bambino: «Dove trovi ispirazione per la trama?»

Gabriele: «Ci sono sempre cose che ci colpiscono nella vita. E a volte alcune di queste cose restano in mente, e non ti lasciano in pace. Ad esempio, di questo libro che ho scritto, mi ha colpito molto un modo di vivere che sembrava diverso dal mio. Io vengo da una famiglia dove non c’è la cultura del danaro. Non mi è mai stato insegnato a badare ai soldi, bensì a fare cose che mi facessero stare bene, a dare il massimo non per il risultato, ma per il fare in sé le cose. Tu pensa quando devi comprare qualcosa, tipo lista della spesa. Finché non l’hai scritto su di un foglio di carta, non te ne liberi la testa. Per me è così».

Bambino: «io ho difficoltà ad organizzare i tempi verbali».

Gabriele: «A me non piace scrivere. Faccio fatica. Rinunci a un sacco di cose belle. Rinunci a uscire con gli amici, andare al cinema, a giocare a calcetto, a leggere bei libri. Ma proprio perché è faticoso scrivere, scriverete solo quando avrete trovato una storia davvero buona.

E’ come cucinare. Io cucino tutti i giorni per me. Cucino. Meglio dire assemblo. Però quando si tratta di invitare persone, cucino tantissimo, anche per tre ore consecutive. Cucinare è come scrivere. E’ artigianale, è fatto per gli altri, è faticoso, ma è una fatica bella, se c’è una ragione. Scrivere una mail non mi dà gioia. Idem per la cucina. Se lo devo fare per me, non mi interessa. Ma quando ci sono ospiti (e i lettori sono nostri ospiti), allora è faticoso, ma è una fatica ripagata».

Bambino: «Quando hai cominciato a scrivere?»

Gabriele: «ho iniziato a 15, 16 anni. La domanda “cosa accadrebbe se” non riuscivo a togliermela dalla testa. Negli anni ho imparato a padroneggiarla. All’inizio scrivevo delle cose brutte. E’ come lo sport, che a forza di allenarti migliori».

Bambino: «Cosa mangi per colazione?»

Gabriele: «Spremuta. Tutti i giorni spremuta e biscotti integrali. 3. Bevo 3 caffè al giorno».

Bambino: «Quando finisci un libro, ti prendi una pausa?»

Gabriele: «Un libro è una storia grossa. Passano sempre 2 o 3 anni, tra uno e l’altro. In mezzo scrivo cose piccole. Con la scrittura si possono fare anche libri intervistando le persone, raccontare storie vere, correggere i libri degli altri e dare loro una mano. Se scrivete in classe, dovete consegnare, e avete un tempo. Ma quando scrivete per voi stessi, una buona regola è scrivere, aspettare qualche settimana e poi rileggere. Così riuscite a staccarvi dal testo, a diventare un po’ lettore oltre che autore.

Una cosa che ho imparato a scuola, è che gli insegnanti dalla cattedra, vedono tutto. E se vi lasciano copiare, chiacchierare, chiudono un occhio, è per bontà loro. Con quei due occhi lì, un’insegnante vede tutto. Sappiatelo. Gli insegnanti vi capiscono molto di più di quanto voi pensiate».